Tra le costole ed il cuore

Chiudo gli occhi ed immagino

le stelle ed il mare

in un realtà di cemento e cattedrali.

In una città affannata dalla vita veloce,

mi fermo, immobile

respiro.

Pagine bianche di un quaderno

vuoto,

custode di macigni,

di farfalle,

righe leggere e pesanti:

inchiostro incisore delle mie condanne.

Lo spirito, i fiammiferi ed il taccuino

nello stesso taschino;

nero sulla mia pelle,

tra le costole ed il cuore:

arte fautrice del mio amore,

del dolore

e anche del colore.

Il tratto che riempie

il bianco della carta;

senza prender fiato

la penna scorre,

velocemente

l’anima si libera,

torna leggera a sorvegliare

le mie buie notti

ed i miei incubi peggiori

assertori dei miei anni migliori.

 

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Lo sai che…

Lo sai che non sono felice
Dai, vieni qua
Che lo so delle tue turbe,
Dei giri senza senso
E delle macchine inguaiate;
Che senso ha pensare al passato
Nella città che t’ha rovinato,
Bloccato
Dal senso di appartenenza,
Il sole che ti sbatte in faccia,
La tua paura di crescere e soffrire
E le grida di Napoli
Che mai sta zitta e tace
Mentre tu spegni le luci
E ti sdrai
Per pensare ai guai
Degli sbagli fatti
E alle carezze che vorresti
Ma che mai più potresti
Permetterti
Senza rinunciare
Ai pugni contro i muri.
E dai,
Lo sai che non sto bene
Nei miei venti anni falliti,
Nello sperare in un amore
Che non ho mai voluto,
Cercato
Apprezzato.
Nun è chell ca vulev
Stare lontano da te
Tra gli scooter veloci
E le nuvole impazzite,
Tu cerchi i miei occhi pericolosi
Che t’hanno capito e sanno,
Lontani,
Di ogni gesto vano
Per vivere al mondo,
Dell’identità persa.

C(‘)ero

Ho sbagliato,
niente di più vero,
ho commesso errori,
senza capire dov’ero
non ho capito i miei orrori,
ma sei stato il mio siero
quando dimenticavo i colori
del mondo intero,
abbiamo fatto i pittori
rendendo leggero
anche il peggiore dei timori,
abbiamo percorso un sentiero
tra i sassi e le spine: esplori.
Ho sbagliato,
niente di più vero,
ho commesso errori,
senza capire dov’ero,
ma ho reso i miei candori,
degni di un guerriero,
ho cercato di farti provare le mie migliori
passioni, per farti stare sopra ogni pensiero,
ti ho tenuto tra le braccia, dimentica i tuoi grigiori,
voglio che tu sia libero,
da ogni condizione di vita, bagliori.
Ho sbagliato,
niente di più vero,
ho commesso errori,
senza capire dov’ero,
ma ricorda dei miei calori,
del mio corpo fiero
della tua presenza, bevitori
di passione, resa fuoco, cero.
Ho sbagliato,
niente di più vero,
ho commesso errori,
senza capire dov’ero,
ma dimmi che possiamo tornare imperatori
del nostro amore, davvero,
che possiamo provarci rimediando agli errori,
con una sola ultima possibilità in bianco e nero,
per tornare a fare, cose mai fatte a colori.

Lettera mai spedita

Sai, avevi proprio ragione, non ero capace di amarti e non mi accorgevo infatti di quanto in realtà non ti stessi amando; si è incapaci troppe volte di riconoscere gli errori e tu, mio Yair, sei stato molto bravo nel riconoscere, in precedenza, un così grande affetto degno di non essere coltivato; si, perché molti, di affetti intendo, non riescono, o meglio, non devono essere portati avanti, sono così puri, ci pensi? Le lancette spesso rovinano il candore che sempre più offusca le menti: occorre spesso, se mi permetti, accantonare le cose belle per farle rimanere così come sono, per non rovinare inutilmente, con la stupida superbia umana, la purezza.
Tu per primo hai scoperto ed io solo dopo capito, quanto male ci saremmo fatti a non amarci troppo con delle ombre troppo pesanti alle spalle.
Caro Yair, non sono orgogliosa, non ho bisogno di prendermi le mie stupide ragioni; proprio per questo ti ringrazio: ringrazio ogni singolo istante di dolore, ogni lacrima e ogni tua parola persa, perché sai, anche questo per me è amore. L’amore che sta dietro la bellezza dei quadri, il mistero dei colori, i kilometri persi e le persone sbagliate, ci siamo capiti no? Sicuramente mi hai capita, ne sono certa. Insomma, ti ripeto e lo sottolineo, nel caso in cui non mi avessi compresa abbastanza, che tutto è stato amore, anche il perderti, e si, amore, amore e ancora altre e mille volte amore, quello cantato da tutte le radio e osannato in mille strade, quello che rende l’essere umano degno di essere chiamato uomo e quello che rende la mia umile vita così colorata: il superbo e presuntuoso signor Amore che spavaldo insinua le sue radici nel profondo di ogni essere esistente, senza mai negare di essere sbagliato e, negli errori, stranamente giusto.
Non rinnego nulla, neppure una carezza, neanche l’ingenuità e la fiducia che ho risposto in Te perché sei stato, sei e sarai. Ti chiedo una cortesia Yair: cerca di comprendere quanto bello è respirare, fermati ora mentre leggi e respira profondamente, stupendo no? Comprendi, per favore, quanto bello è ridere di ogni futile leggerezza di vita, o anche, quanto bello è fermarsi a piangere, quanto bello è viaggiare, guardare, esplorare: perché questo è quello che io chiamo Amore e tu, mi dispiace ammetterlo, non hai mai capito cosa è per me la vita ed io ora ti ammetto che è questo, semplicemente questo: amare.
Sai Yair, io sarò pazza e sicuramente un po’ strana, ma davvero, non c’è altra vita che sogno se non questa, in cui finalmente posso ammettere che il mio grande amore era con me già da tempo e tu avevi pienamente ragione.
Sei stato il coltello con il quale ho frugato in me stessa.
A Yair.
Da una codarda.

Proiettili

Urlo al mondo
silenzio.
Il mio corpo abbandonato sul letto
Inizio ad accusare di quello che ti ho detto,
che poi, non è neanche vero, lo ammetto
ho giurato d’esser morta dentro, ma non lo accetto,
credo, aspetto.
Sto qua seduta, ad assaporare il nulla
Tra i tuoi ricordi come culla,
nel mio silenzio come tomba.
Prego
racconta.
M’hai dato sentenza
D’amore perduto,
stai lasciando assenza.
Delle mie grida non c’è suono
perché affogo
nelle tue strade dissestate
in cui le parole echeggiano
in apnea,
feriscono come proiettile,
demoliscono macigni
già crollati:
dissestati.

A un mio grande Amore

Scusami, davvero,
È che proprio non riesco,
In questo posto sconnesso,
Scommetto,
D’essere morta dentro;
Esplode forte
Ogni cosa
Nel mio petto d’argento.
Ignara, io,
Del mio cervello dolorante
E dello stomaco
Incosciente.
Sono persa
Completamente
Tra i fili intrecciati:
Il mio dolore
Veste
La mia pelle ruvida;
La penna avvolta
Dalle mie dita rabbiose
Urlanti, straziate.
Gemiti, ovunque nel mio corpo,
Gemiti incessanti.

 

Mani fredde

 

Le mie mani fredde
hanno toccato
la mia pelle bollente
e mi hanno svestita
dei miei indumenti
e anche del mio orgoglio,
lasciandomi nelle braccia
delle mie lenzuola,
affidandomi al luogo più sincero,
dove il mio cuore
si apre al mondo
cullato dalle stelle buie;
mi hanno svestita
anche se,
senza te non ha molto senso,
avrei preferito rimanere nella mia giacca,
in piedi
ad aspettarti,
per rivelarti
che il tuo buio
ha illuminato i miei occhi
e che le tue insicurezze
diventeranno le nostre certezze.

Dodici e diciotto

Non so dove,
nessun orientamento.
Quando il cuore è vuoto, si spegne il resto
Ed io non ho più neanche me stessa,
figurati il resto.
Ho messo i piedi a terra senza dedicarlo a nessuno
Nel candore grigio di una mattina vuota.
E sì, resto,
nei miei pensieri vuoti a fissare il soffitto,
così spavaldo, bianco, fiero di se stesso.
Prenditi due minuti, dicono,
ma da chi, se non da me stessa, devo staccare la spina.
Scrivo, mi giro: do le spalle al muro;
guardo, mi sorreggo: mentre il mio sospiro scorre lento;
ascolto, mi fermo: non so più chi ho dentro.
Ho perso me stessa,
qualche alba fa, o forse di più,
e non capisco sinceramente perché
almeno non hai lasciato qui,
prima di andartene via,
oltre la mia bussola e le mie lancette
quel pezzo di me che porti in tasca
così pieno di te: soddisfatto del tuo silenzio.

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